CHI SIAMO

Scene dalla Soffitta presenta la terza edizione del laboratorio di scrittura critica incentrato sugli spettacoli della stagione 2010 del Centro di promozione teatrale La Soffitta e anche su altri appuntamenti.
Questo blog, realizzato da studenti della Laurea Magistrale in Discipline dello Spettacolo dal vivo dell'Università di Bologna con l'aiuto e la supervisione di Massimo Marino,
contiene recensioni, approfondimenti, cronache teatrali e tanto altro...

Vuole essere una finestra sul mondo del teatro: perciò chiede a voi lettori di partecipare con commenti,
recensioni, reazioni.

Buona lettura!

DIRETTORE Massimo Marino

SEGRETERIA ORGANIZZATIVA Maria Pina Sestili

WEB Elena Cirioni

SCRIVONO: Elena Cirioni, Marta Franzoso, Lilian Keniger, Elina Nanna, Ilaria Palermo, Maria Pina Sestili, Giulia Taddeo, Laura Tarroni, Futura Tittafferante, Maria Claudia Trovato.

ATTENZIONE! Questo blog è realizzato dal laboratorio in completa autonomia dal Dms dell'Università di Bologna.
Visualizzazione post con etichetta Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa. Mostra tutti i post

martedì 6 aprile 2010

L’attesa di un labile discorso






MARCIDO MARCIDORJS E FAMOSA MIMOSA


“Ma bisogna che il discorso si faccia!”

da “L'Innominabile” di Samuel Beckett
drammaturgia e regia Marco Isidori
con Maria Luisa Abate,
Paolo Oricco, Marco Isidori



Forse il problema è mettere in scena Beckett oggi. Forse i Marcido Marcidorjs hanno ideato la migliore delle rappresentazioni possibili del romanzo ”L’Innominabile”. Ma i settantacinque minuti di “Ma bisogna che il discorso si faccia”, all’Arena del Sole il 25 e il 26 febbraio, scorrono ma non toccano. L’apparato visivo salva la nave e l’equipaggio intero. Un siparietto rappresentante un enorme aborto umano dalle pupille sgranate osserva allucinato il pubblico mentre le voci metalliche del coro nascosto dietro di esso – oltre alla scenografia, straordinario anche l’uso della voce – incutono timore allo spettatore medio. Si sente: “Non si può andar via... paura! Questo è lo spettacolo, aspettare lo spettacolo!”
Già. Inizia l’eterna attesa. Aspettiamo tutti che il discorso che s’ha da fare ingrani. Ma chiaramente non ingrana, come nelle migliori intenzioni di quel simpatico irlandese di nome Sam. La speranza dello spettatore si accende quando il coro gracchiante smette di borbottare e si spengono le luci. Cade il pannello ed ecco cinque croci metalliche su cui ciondolano cinque cristi in tuta acetata e scarpe nere da clown. Cinque maschere senza bocca e con gli occhi più che fuori dalle orbite. Mi chiedo se i cinque attori siano ciechi oppure no. Inizia il fiume di parole. Brevi monologhi alternati ad altrettanto brevi cori. Interessante il lavoro sulla voce, giocano sugli acuti, sui bassi, sugli effetti polifonici, non per niente il sottotitolo dello spettacolo recita concerto grosso. Impossibile fermare le parole. Al quarantesimo minuto vorremmo strappar loro quella bocca che dicono di non avere. Ogni tanto si perde il filo del loro labile discorso. Si sente solo ogni tanto risuonare la parola tempo. Tempo che non finisce mai. Al sessantesimo minuto siamo un po’stanchi dei cinque teletubbies beckettiani. Ci propinano una storiella di nuore, generi e suocere. E come sembrano contenti! Ma bisogna anche che il discorso finisca! Eccoci accontentati. E sulle note di “Ancora” cantata da una sensualissima Mina (perché non hanno scelto De Crescenzo?) ci lasciano storditi e un po’ sollevati.
Maria Claudia Trovato

giovedì 18 marzo 2010

Dove va a finire la parola?


MARCIDO MARCIDORJS E FAMOSA MIMOSA

“Ma bisogna che il discorso si faccia!”

da “L'Innominabile” di Samuel Beckett
drammaturgia e regia Marco Isidori
con Maria Luisa Abate,
Paolo Oricco, Marco Isidori

Alcuni spettacoli ci lasciano indifferenti perché ci sembra che, dietro alla complessità del loro linguaggio, non siano sorretti da una vera necessità, da un “senso” profondo. E poi ci sono gli spettacoli davvero complessi, quelli che ti costringono a impiegare tutte le tue energie per poterli apprezzare, per valutarne la portata poetica, e restarne spiazzato. E’ forse questo il caso di “Ma bisogna che il discorso si faccia!” dei Marcido Marcidorjs. In scena, cinque dissacranti crocifissioni: cinque creature in tuta da jogging e con la testa ricoperta da una maschera deformante sono legate ad altrettante croci di latta; ancor prima di concentrarsi sulle loro parole, si osservano i loro occhi enormi, spalancati, attoniti. Cosa guardano questi occhi? Un mondo desolato, fuori dal tempo e dallo spazio, nel quale Dio è presente solo sotto forma di grottesco simulacro: in un mondo simile le parole di questi strani individui (uomini, mostri o nessuno dei due?) vagano disperate, in un vuoto incolmabile. E’ la parola il cuore pulsante dello spettacolo, una parola capace di far vibrare questi mostri in croce di pathos autentico: è quella illustre di Samuel Beckett, certo, ma è anche quella rivissuta e rielaborata per raccontarci, in maniera surreale (perché al di là del reale) e struggente, l’angoscia di un tempo immobile, in cui si va e si viene senza motivo, in cui si vorrebbe smettere di pensare per non guardare il buio cosmico che ci circonda.Tutto questo si traduce in un concerto di voci così funzionante da sembrare un meccanismo di alta orologeria: si tratta di suoni distorti, però, di voci disumanizzate (avrebbero forse potuto esprimersi altrimenti simili creature?) che bombardano senza tregua l’orecchio dello spettatore, sfinendolo. Ecco quindi che la componente puramente sonora del discorso prende spesso il sopravvento su quella del significato, comunicandoci su un piano extra-logico quell’inquietudine di cui è intessuto il testo beckettiano.Eppure bisogna farlo, questo discorso: esso sembra esistere indipendentemente dal soggetto che lo pronuncia, è vero, ma nel non-luogo e nel non-tempo di questa inquietante realtà (quasi un’angosciosa immagine dell’aldilà), ci appare come l’unica cosa che continui a testimoniare della nostra esistenza e della nostra essenza di uomini. Pensare e parlare, parlare e pensare: croce e delizia della natura umana.
Giulia Taddeo

I nuovi mostri: le marionette biomeccaniche figlie di Beckett



MARCIDO MARCIDORJS E FAMOSA MIMOSA

“Ma bisogna che il discorso si faccia!”

da “L'Innominabile” di Samuel Beckett
drammaturgia e regia Marco Isidori
con Maria Luisa Abate,
Paolo Oricco, Marco Isidori

Sembrerebbe un uomo il personaggio dipinto sulla tela che ci accoglie in sala, ma in realtà è un ominide segnato da difformità fisiche quasi raccapriccianti, in una posa da verme, da subalterno, come metafora della condizione che la compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa tenta di palesare attraverso questo lavoro “Ma bisogna che il discorso si faccia...”, che prende spunto dal romanzo “L’Innominabile” di Samuel Beckett. L’oggetto di questo discorso, di questo monologo a più voci forse sarebbe più corretto definirlo, è la sofferenza, lo stato di cattività entro cui sembrano rinchiusi i cinque personaggi, emanazioni di un solo io pensante a cinque bocche, e la ricerca/non-ricerca di liberazione che pervade l’inesauribile flusso di parole che riempie la sala per settantacinque lunghissimi minuti. E’ sotto il segno dell’astrazione e della rarefazione che i performer agiscono in scena, costretti su croci di latta che fungono da confessionale, con tanto di corone di spine/mollette da bucato sulle teste, incapaci o semplicemente non desiderosi di liberarsi da questa coercizione, dalla quale elargiscono parole, frasi, discorsi, senza connessioni, che vertono sullo scorrere di un tempo apparentemente immobile, sull'impossibilità di comunicare, sull'immobilità e il desiderio di movimento, sulla solitudine, agli astanti che sghignazzano sulle loro sofferenze. Ed ecco che i nostri personaggi dall'indecifrabile identità si trasformano anche in martiri, per l'appunto, crocifissi. Martiri che in realtà hanno più le sembianze di clown, indossando le tipiche lunghe scarpe dalla punta bombata, e di grotteschi esseri fantastici, con le loro maschere dagli occhi esorbitanti e sprovviste di bocca, fisionomicamente vicinissime all' ET di Spielberg. Esseri, insomma, vagamente antropomorfi, con maschere sprovviste di labbra, che però altro non fanno che parlare, sputare fuori da questa bocca assente fiumi di parole come flusso ininterrotto di esperienza, intervallati da canti/lamenti corali che fanno da sottofondo alla non-vicenda. Un essere moltiplicato per cinque quello in scena, che forse aspirerebbe a essere considerato un uomo, a entrare a far parte di quel mondo cui rivolge i suoi pensieri, magari nella tenue speranza di venir compreso o compatito, ma che probabilmente solo alla fine si rende conto di essere nient’altro che una marionetta nelle mani di chissachi o chissacosa muove i fili dell’esistenza. Rilevanti il lavoro sulla vocalità operato dalla compagnia, sotto il segno della ricerca di canali espressivi forti e indipendenti, e la reinvenzione dello spazio scenico, attraverso l'utilizzo di una scenografia fortemente simbolica studiata da Daniela Dal Cin che rende il tutto un magnifico "quadro per un'esposizione spettacolare".
Maria Pina Sistili