CHI SIAMO

Scene dalla Soffitta presenta la terza edizione del laboratorio di scrittura critica incentrato sugli spettacoli della stagione 2010 del Centro di promozione teatrale La Soffitta e anche su altri appuntamenti.
Questo blog, realizzato da studenti della Laurea Magistrale in Discipline dello Spettacolo dal vivo dell'Università di Bologna con l'aiuto e la supervisione di Massimo Marino,
contiene recensioni, approfondimenti, cronache teatrali e tanto altro...

Vuole essere una finestra sul mondo del teatro: perciò chiede a voi lettori di partecipare con commenti,
recensioni, reazioni.

Buona lettura!

DIRETTORE Massimo Marino

SEGRETERIA ORGANIZZATIVA Maria Pina Sestili

WEB Elena Cirioni

SCRIVONO: Elena Cirioni, Marta Franzoso, Lilian Keniger, Elina Nanna, Ilaria Palermo, Maria Pina Sestili, Giulia Taddeo, Laura Tarroni, Futura Tittafferante, Maria Claudia Trovato.

ATTENZIONE! Questo blog è realizzato dal laboratorio in completa autonomia dal Dms dell'Università di Bologna.

lunedì 1 marzo 2010

Polemica

QUASI UN CORSIVO...

Mentre cenavo insieme al mio computer e alla stagione della Soffitta ecco che spunta da sotto il portatile un catalogo con su questo titolo: “Hobby&Legno, per l’interno e l’esterno di casa tua.” In quel momento ho finalmente avvertito cos’era che non mi faceva dormire serenamente. Non avevo modo di estinguere il problema alla radice, però forse, partendo dal presupposto che la mia casa è il Teatro, avrei almeno potuto scoprire dove si trovava la causa di quella scomoda sensazione.
Ed eccomi che ci provo.
In realtà, è tutto molto più semplice, e se ci sto girando intorno è solo perché la causa dello stallo del mio entusiasmo, anche lei, usa “girarci intorno”.
Ma arrivo al dunque: mi sta passando davanti tutta l’aspettativa che serbavo da parte come ogni anno in attesa delle proposte del dipartimento, tutto il fascino esercitato dagli affascinanti pezzetti di quel puzzle teatrale che speravo di riuscire a comporre sempre con più maestria, e tutto quello che invece avevo nel piatto in quel medesimo momento, ovvero: Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, i Kinkaleri, le generazioni del nuovo del Progetto Interscenario, la drammaturgia di quel genio di Arrabal, il Breviario contemporaneo sull’uso della maschera, l’intera proposta del cinema “teatrale”, o meglio produzione filmica, di Pippo Delbono, il progetto “Visioni Madri Migranti”, antologia video che documenta il lavoro di sperimentazione teatrale condotto nell’arco di un decennio dalla Compagnia Terzo Mondo Teatro in Italia con persone di provenienza extracomunitaria, ed una serie di incontri, seminari e dialoghi con riferimento ad alcuni tra le più intuitive menti del secolo appena passato e del nostro.
Queste le proposte della stagione del Dipartimento di Musica e Spettacolo, meglio definito come Centro di Promozione Teatrale la Soffitta. Programma altisonante certo, ma causa di una certa insoddisfazione latente. C’è da aggiungere una premessa, in riferimento alla sua definizione: non stiamo parlando solamente di un Teatro, con riferimento al teatro dell’antica Grecia e ai suoi edifici teatrali, costruiti per lo più proprio in legno e progettati per tutto il pubblico della polis, ma di un centro catalizzatore di attenzione, nell’ambito dello spettacolo dal vivo, fornito anche di un teatro. Inoltre il programma cui mi riferisco è quello della sezione Teatro, la Soffitta propone ben altre tre sezioni, cinema, danza e musica, ognuna con un suo distinto e dettagliato programma. Tuttavia…
A oggi, davanti all’ampio (e proprio perché vasto implicante una scrematura) spettro di possibilità che mi presenta il ventaglio della programmazione bolognese, solamente di rado, molto di rado, preferirei uno degli appuntamenti della Soffitta ad altre proposte. Rinuncereste a tutta una serie di altri spettacoli che vivono sulle scene per un piatto che non risulti perlomeno altrettanto allettante?
Ed ecco, da più vicino, il legno, il fattore scatenante: la prassi teatrale. Sarò più chiara: il teatro, il Teatro Vivente. Duo tautologico? Probabilmente si, ma se può tornar utile per chiarire la questione ben venga il suo utilizzo. Fare teatro per mostrare vita, vita altra, per confrontarsi con un idioma il più delle volte sconosciuto e per questo affascinante, per poter mantecare un insieme di componenti diverse che amalgamate possono creare un’opera d’arte, per lasciarsi condurre da un’ organico insieme di folgorazioni. Insomma per tantissimi motivi, ma tutti afferenti all’artigianalità, alla pratica, al lavoro manuale, a una concrezione di atti, immagini e colori che attraversano senza dover concedere un perché, che vanno vissute nel vivo del loro estrinsecarsi, sotto i riflettori, sul palco, dietro le quinte, nel loro farsi e nel loro darsi, in termini di necessità poetica, di racconto di visione. Considerando il carattere transitorio dell’evento spettacolare come una risorsa e non come un limite.
Ed è proprio grazie alla rassegna di un punto di riferimento come la Soffitta che dovrebbe esserci la possibilità di beneficiare di tutto ciò agevolmente. Invece l’ impressione è che sia data la possibilità di fruire principalmente di momenti speculativi o documentativi piuttosto che umani, “carnali”, che riguardino il corpo umano e la materia, con riferimento a quella sfera sensoriale che così spesso lasciamo in secondo piano. Mi sembra per l’appunto che ci si giri intorno, al teatro.
Ci vorrebbero più spettacoli insomma, Teatro, Teatro, e ancora Teatro. Teatro e laboratori, per capire le pratiche e le dinamiche della scena.
Citando proprio una scrittrice e drammaturga come Elfriede Jelinek, “Al teatro io vorrei strappare la vita"!
Ma sicuramente esagero, poiché la stagione della Soffitta non è rivolta solo agli avidi del manufatto teatro come noi teatro fili dal cuore tenero. C’è anche chi spesso, vuole sentirselo raccontare o spiegare analiticamente prima di tutto il teatro.
Tornando al punto però, un’altra questione rimane irrisolta: a parte i Marcido, nessuna delle proposte esposte risulta effettivamente nuova nell’ambiente bolognese. Ed anche in questo caso il programma è interessante certo, ma per le nuove leve e non per chi è già abbastanza rodato da anni di platee. L’eterogeneità del pubblico non andrebbe persa di vista. In più, anche se con altre proposte, le compagnie che vengono proposte da un punto di riferimento come il nostro dipartimento sono spesso le stesse che già fanno parte dell’offerta di molti altri teatri del territorio bolognese, i Marcido incontreranno il pubblico anche presso il teatro San Martino, e così è già stato anche per i Kinkaleri. E poi, non siamo già stati più volte testimoni in questi anni della poliedricità e di quella trasversalità di segni che in ambito contemporaneo sta progressivamente mettendo in crisi la fruizione della rappresentazione tipica dei Kinkaleri? E del gusto dissacratorio e antiborghese di Arrabal? E di un’infinità di proiezioni documentali?
Così per concludere mi riallaccio alla mia ridicola folgorazione partita da quel suddetto “Hobby&Legno, per l’interno e l’esterno di casa tua”. Questa stagione, contro qualsiasi slogan pubblicitario, rischia di non tornar utile né per l’esterno né per l’interno delle case, e di non potersi vantare di essere fatta di materiali grezzi ma poetici e significanti come il legno.
Futura Tittaferrante

Un grido ai giorni perduti Moni Ovadia sul “Giorno del memoria”


Sferzano le parole che Moni Ovadia lancia come coltelli affilati al suo pubblico in occasione del Giorno della Memoria. L'artista ebreo è ospite del dipartimento di Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna. Il primo incontro della stagione 2010 del centro la Soffitta, coordinato da Marco De Marinis, si apre così: tra frasi laceranti, picchi di commozione e grande ironia.
Ovadia non vuole perdere tempo a sbrodolare discorsi di cui si hanno piene le orecchie e dal suo incipit usa parole ferme contro un sistema politico logoro, che riguarda Italia, Europa, Usa e si espande in tutto il mondo. “E' la logica del privilegio”, spiega Ovadia “che bisogna mettere in scacco”, poiché essa muove ogni “ragione” politica, sociale, economica.
Ovadia con la sua passione per la verità dona al pubblico una lezione di grande coerenza e giustezza. Più volte precisa quale vorrebbe fosse oggi il ruolo del Giorno della Memoria, che teme possa diventare “il giorno della falsa coscienza”, una ricorrenza in occasione della quale i nostri politici si lavano le menti e “si ricostruiscono una loro verginità”; si scaglia contro la strumentalizzazione di questo giorno che imbratta i ricordi e “usa le ceneri dei morti così come i nazisti le usavano per le pavimentazioni”.
Le sue parole arrivano dritte al segno, prende di mira facili dichiarazioni del nostro presidente del Senato che in balia della commozione, in occasione della visita ad Auschwitz, si è profondamente sentito israeliano: “Perché non dire mi sento rom, omosessuale, antifascista”, tuona Ovadia, anche loro furono vittime dello sterminio nazista.
“Dobbiamo riattivare il senso della vita che si chiama lotta”, ma la sua è una lotta che mira alla giustizia e non alla vendetta. Ha con sé un segno tangibile di questa voglia di riscatto: “indosso la sciarpa viola”, dice con fermezza, colore-simbolo di tutta quella popolazione italiana che ha deciso di dire “ALT” all’anticostituzionalità, a chi calpesta democrazia, uguaglianza e rispetto.
Ovadia non vuole fermare le coscienze del suo pubblico né tantomeno ha deciso di presentarsi in qualità di chi, come tradizione vuole, commemora con parole di pietà il modo ebraico; i suoi discorsi aprono finestre verso realtà di cui poco si parla, perché poco se ne vuole parlare, scomode, senza dubbio. Una storia, la nostra, di una violenza e ferocia inaudita che ancora oggi è completamente assente dall'opinione pubblica e dalla memoria della nostra società.
Col suo dire ci si accorge come questo Giorno della Memoria sembra soffrire al suo interno di forti contraddizioni; oltre agli ebrei, i dimenticati di allora, esistono anche i dimenticati di sempre, ovvero chi ancora oggi non cambia il suo stato di esule dalle coscienze altrui e fatica a entrare nelle memorie di quei possibili giorni in cui sarebbe bene ricordare i molti altri stermini subiti dall’essere umano.
L’ artista passa in rassegna sottomissioni, soprusi, schiavizzazioni che hanno attraversato come un filo rosso la nostra storia; fa un’intensa panoramica di quanto di marcio c’è e c’è stato nella cultura occidentale e non solo, ricorda la guerra di tutti contro tutti della ex Jugoslavia, considera Hitler una pedina messa in piedi dalla finanza tedesca. “Questo mondo è governato da gangster”, più volte si trova a scolpire questo concetto nelle menti degli astanti.
Non risparmia l’America, in questo Giorno della Memoria, grande maestra di xenofobia, così come ricorda l’Italia e il genocidio fascista in Libia terminato nel 1942, che ha lasciato dietro di sé decine di migliaia di morti, ma tutto sembra essere dimenticato. Il privilegio, quello che Ovadia denuncia aspramente, lo si ritrova nascosto solo agli occhi di chi non vuol vedere o di chi affida le proprie menti a una informazione plagiata che incipria il proprio palinsesto.
Con le sue parole di rabbia ma non di violenza Ovadia dice che “è ora di svegliarsi” e questo sembra un buon momento per farlo. Davanti a questa totale indignazione grida contro le tante colpe ma anche contro le tante responsabilità di chi procede con troppa remissività nei confronti di un potere autoritario. In Italia “si è costruita un’epopea sulle ronde, l’opposizione avrebbe dovuto ridicolizzare tale atto, avrebbe dovuto opporsi a un governo degli idioti”. Accusa la sonnolenza del paese davanti ai tanti accenti razzisti di cui ci stiamo macchiando: nessuno a Rosarno conosceva la realtà degli extra-comunitari, della schiavizzazione da parte dei loro datori di lavoro prima che la rendessero nota a suon di rivolta gli stessi sfruttati? “E Maroni propone, per risolvere il problema, di dare la colpa agli schiavi, agli africani, piuttosto che agli schiavisti. Questa - commenta con rabbia - non è una logica cristiana”.
“Che cos’è per te la felicità? Felicità è per me lottare”, con questa frase Ovadia ricorda Marx in questa Giornata della Memoria, che auspica possa diventare, da qui in poi, memoria attiva, “un giorno che possa servire a riaggregare le energie per ripartire da lì”
L’artista con grande chiarezza, forza e non poca ironia ha tolto a questa ricorrenza quella fastidiosa, consolatoria patina di perbenismo.
Ilaria Palermo

Giovani promesse, arditi sperimentatori, grandi maestri









Coversazione con Marco De Marinis

Anche quest’anno La Soffitta collabora con diversi teatri bolognesi. Quali vantaggi ha prodotto questo tipo di legame con la città?
La Soffitta è arrivata alla sua ventiduesima stagione e da un po’ di anni si è conquistata uno spazio nel sistema teatrale cittadino, provinciale e regionale: è qualcosa che ha acquisito gradualmente grazie alla forza della sua proposta culturale. Questo ha permesso innanzitutto di ovviare a una serie di inconvenienti e incidenti che si sono verificati già negli anni passati.
Penso ad esempio al 1995, quando dall’oggi al domani perdemmo la vecchia sede di via D’Azeglio a causa di problemi relativi alla tenuta strutturale del palazzo. Da subito una serie di teatri si resero disponibili a ospitare i nostri spettacoli; se guardiamo i programmi della Soffitta fra il 1996 e il 2001, anno in cui acquisiamo gli spazi di via Azzo Gardino, vediamo un lungo elenco di luoghi teatrali in cui si fanno i nostri spettacoli: La Soffitta esisteva, ma materialmente i luoghi in cui si svolgevano le attività non erano nostri.
E per quanto riguarda il supporto di tipo economico?
Senza dubbio, sempre latente, l'inconveniente più grave e più insidioso è quello economico. Purtroppo, dopo un periodo di crescita e di tenuta dal punto di vista del budget, La Soffitta ha risentito dei tagli che riguardavano l’Università italiana in generale.
Potete quindi immaginare le difficoltà che insorgono quando si tratta di tutelare due centri come il Cimes e La Soffitta: non è scontato che il loro valore sia riconosciuto, ad esempio, da colleghi di fisica, medicina o biologia soprattutto in un momento in cui c’è una contrazione delle risorse. Tuttavia bisogna dire che il Rettorato ci è stato sempre vicino.
Il programma di quest’anno, grazie alla rete di collaborazioni in cui siamo entrati, rimane all’altezza nonostante la crisi. Sarebbe stato impensabile portare avanti un progetto come Interscenario da soli, ma grazie a quattro teatri sosteniamo ben 10 spettacoli. C’è poi l’Arena del Sole che è un partner storico...
Se c’è quindi interesse a valorizzare la presenza dell’Università non è per filantropia, ma anche per una necessità degli enti sovventori: questo ci dà la forza necessaria a realizzare dei progetti di qualità, oltre a essere, naturalmente, motivo di orgoglio.
Come è avvenuta la ripartizione del programma della Soffitta tra teatro, danza, musica e cinema?
Sono state fatte scelte artistiche che riservano un ruolo maggioritario al teatro, com’è giusto che sia. La musica ha una parte minore perché se ne occupa soprattutto il Cimes.
Guardando al progetto Interscenario presenta una considerevole varietà di proposte spettacolari. Quali sono le caratteristiche di questi artisti emersi grazie al Premio Scenario?
Interscenario a sua volta non è una fotografia neutrale delle giovani generazioni di artisti di teatro: esso attinge Premio Scenario e rispecchia anche le scelte dei giurati del premio stesso.
Mi sembra ad esempio che i filoni scelti siano rappresentativi sia di un ritorno al testo e alla scrittura drammatica, sia di un preservamento della tradizione del teatro d’attore legata alle proposte del secondo Novecento. Questa linea di lavoro sulla drammaturgia d’attore, che in altri festival sembra essersi un po’ persa (a favore di un lavoro sulla visualità, sulla multimedialità, sulle intersezioni fra linguaggi… ), qui è guardata con un certo interesse.
Per quanto riguarda il progetto Aspettando Pulcinella, quali sono, oggi, l’immagine e la funzione di un oggetto antico come la maschera?
Vi spiego come è nato questo progetto. Tutto cominciò quando andai a vedere lo spettacolo di Vanda Monaco “Pulcinella è un bastardo”. Mi colpì molto il fatto che la maschera fosse riportata in vita in maniera totalmente inedita, contemporanea, salvando in fondo qualcosa di autentico, proprio di maschera. Rimaneva cioè una sua verità profonda, che sia la cattiveria, la violenza, lo sguardo disincantato, cinico, beffardo. Cioè: si perdeva l’esteriorità un po’ manierata e convenzionale della maschera, ma qualcosa di vicino all’essenza di Pulcinella rimaneva.
Allora abbiamo pensato di radunare gli artisti che oggi lavorano sulla maschera e di realizzare una tavola rotonda “pratica” in cui artisti pedagoghi e maestri possano fare quello che sanno fare meglio, e cioè dimostrare praticamente come lavorano. Saranno presenti artisti fra loro molto diversi: dalla ricerca Commedia dell’Arte di Antonio Fava, alla tradizione artigianale ereditata da Donato Sartori, alla sperimentazione eurasiana di Claudia Contin, al napoletano Eugenio Ravo, da sempre interprete di Pulcinella ma formatosi sulla scia di Decroux.
Progetto Kikaleri-Logomachia: cosa lascia trasparire questo titolo a proposito della dimensione linguistica del lavoro di Kinkaleri?
Kinkaleri è un gruppo classificato come teatro-danza, teatro del corpo. In questo caso si confronta con la questione della parola, dell’emissione vocale, dei problemi legati alla vocalità e al valore di una voce che non è solo parola. C’è poi una provocazione di fondo perché questo work in progress è partito con la performance di una ventriloqua, e quindi dalla sfasatura fra chi emette il suono e chi figura come soggetto parlante, tra soggetto dell’enunciazione e soggetto dell’atto vocalico.
Finalmente quest’anno La Soffitta ospita Pippo Delbono…
Abbiamo fortemente voluto Delbono, un personaggio amato in Italia e spesso addirittura osannato all’estero. Sarà un’occasione preziosa per confrontarsi con quest’artista, “personaggio scomodo” e non troppo incline a esporsi in pubblico, e in particolare con il suo cinema “teatrale”. Si tratta di un cinema poetico e crudo che ricorda, secondo me, la filmografia pasoliniana.
In quale contesto teatrale possiamo collocare la compagnia Marcido Marcidorjs?
Questa compagnia appartiene alla generazione degli anni ’80, un momento forse bistrattato ma da cui proviene tutto il meglio di oggi. Sono anni di ripensamento dei modelli acquisiti, di superamento degli schemi, di confronto con il testo e con la parola. La particolarità di Marcido Marcidorjs sta nell’aver riunito tre personalità estremamente diverse: il regista Marco Isidori, molto vicino alla poetica di Carmelo Bene, l’attrice Maria Luisa Abate, di formazione accademica, e Daniela Dal Cin, straordinaria artista visiva e scenografa. I Marcido rivisitano in maniera interessante e non gratuita i testi classici e, soprattutto, costruiscono i propri oggetti scenici: sono degli artigiani nel vero e proprio senso del termine.
La sezione “Il teatro dei libri” ci propone due nomi d’eccezione: Leo de Berardinis e Eugenio Barba. Cosa ci riveleranno i libri dedicati a questi maestri?
Questa domanda mi dà l’occasione per dire quale sarà il segno della stagione circa il tema dei Grandi Maestri.
Da un lato, per vocazione e per dovere, La Soffitta guarda costantemente a quello che emerge nel teatro giovanile. La presenza dei giovani è da sempre un punto forte.
Poi, c’è un’attenzione che abbiamo sempre dato al teatro sociale inteso come teatro che fa i conti con la diversità, la marginalità, la disabilità fisica, psichica o sociopolitica o come quella rappresentata dal problema degli immigrati.
Quest’anno tale filone è rappresentato da Loredana Putignani, performer, artista, operatrice culturale ed ex-costumista di Leo de Bernadinis che lavora da tempo su queste tematiche.
L'abbiamo conosciuta tanti anni fa ma il suo ultimo lavoro, dedicato ai migranti, è stato notato con attenzione durante la Biennale di Venezia. Incarna “l'impegno dell'esempio”.
E infine i grandi maestri. Sin dalla sua nascita La Soffitta li ha ospitati e quest’anno, come sempre nei momenti di crisi, vi si ricorre di nuovo; si torna cioè alle radici, a qualcosa che sia in grado di darti dei punti di riferimento forti. Ecco quindi l’importanza del libro di Barba, che è una vera summa della sua lunga carriera, in cui la riflessione teorica si fonde con l’autobiografia artistica. Il libro di Claudio Meldolesi invece, altro grande maestro cui sono dedicati un po’ tutti i progetti di quest’anno, è un lavoro prezioso anche perché contiene oltre 100 testimonianze sull’attività di Leo e un ricco apparato iconografico.
Giulia Taddeo, Lily Keniger

Conferenza stampa Soffitta 2010


UN LABORATORIO APERTO ALLA CITTÀ

La Soffitta Centro di Promozione Teatrale Dipartimento di Musica e Spettacolo Alma Mater Studiorum- Università di Bologna

Anche quest’anno il programma della Soffitta non delude. Neanche le difficoltà economiche riescono a ingrigire un appuntamento che ormai da ventidue anni, nel corso dei mesi, tiene incollati a poltrone, poltroncine e gradoni, centinaia di studenti, cittadini, addetti ai lavori, appassionati di teatro, danza, cinema e musica.
La stagione 2010 è stata presentata lo scorso 20 gennaio a Palazzo Marescotti, presso la sede del Dipartimento di Musica e Spettacolo. A illustrare il programma, Giuseppina La Face, direttrice del Dipartimento, e Marco De Marinis, responsabile scientifico del Centro La Soffitta. Come rappresentanti della Provincia e del Comune di Bologna, gli assessori Maura Pozzati e Nicoletta Mantovani. La prima ha sottolineato l’apporto del Centro alla vita culturale bolognese, “la sua interdisciplinarietà e la sua apertura alle sperimentazioni e alle contaminazioni”; la seconda ha espresso il desiderio di porre le basi, dopo un lungo di periodo di lontananza, per un solido rapporto tra Comune e Università. Presente per l’occasione anche Ornella Montanari, delegata del rettore, e Paolo Cacchioli, direttore artistico dell’Arena del Sole, a testimoniare uno dei sodalizi più rodati intrattenuti dalla Soffitta.
Almeno quattro in particolare i leitmotiv che si snodano lungo i cinque ricchissimi mesi di teatro, danza, cinema e musica della programmazione della Soffitta.
Primo fra tutti il Nuovo teatro: ampio spazio a nove giovanissime compagnie italiane che nel corso degli ultimi tre anni hanno meritato premi o menzioni particolari al premio Scenario. Partita il 22 gennaio, con lo scoppiettante “Pornobboy” dei Babilonia Teatri, la rassegna “Interscenario, le stagioni del nuovo” sembra essere proprio una delle carte vincenti (o l’accattivante scarpetta col tacco della locandina del programma) della stagione della Soffitta. Largo spazio ai giovani e ai giovanissimi anche nella musica: è ormai alla terza edizione “I classici in classe”, iniziativa promossa dalla cattedra di Pedagogia Musicale, con il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale, e degli assessorati alla Promozione Culturale e alle Politiche per la Scuola, che offre la possibilità agli alunni delle scuole di ogni ordine e grado di avvicinarsi alla musica d’arte e offrire i frutti del proprio lavoro al pubblico.
Ma per dare senso al Nuovo non bisogna mai perdere di vista la tradizione dei Maestri di oggi e di ieri: ha aperto, quello che ci piace immaginare come un’allegra tavolata di illustri presenze, Moni Ovadia, che a Palazzo Marescotti, il 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, ha parlato del passato e del ricordo, senza mai cadere nel banale, con la verve e la capacità di coinvolgere il pubblico che lo contraddistinguono. Tra i grandi Maestri di oggi impossibile non citare la presenza illustre del drammaturgo, regista e poeta spagnolo Fernando Arrabal (10-13 marzo) con “Il castello dei Clandestini”, spettacolo surreale e poetico, sul tema dell’immigrazione, diretto e interpretato da Viviana Piccolo. Ancora in data da definire, la presentazione di “Bruciare la casa. Origini di un regista”, ultimo libro di Eugenio Barba edito da Ubulibri. Promessa agli appassionati di antropologia teatrale e non solo, un’imperdibile lectio magistralis del maestro del Novecento. Il mese di aprile sarà invece l’occasione per ricordare due maestri di Ieri: Leo De Berardinis e Claudio Meldolesi, con la presentazione del volume La terza vita di Leo, una riproposta degli ultimi vent’anni di carriera del celebre attore per opera di uno dei “giganti” del Dams, purtroppo recentemente scomparso.
Come da tradizione la Soffitta non abbandona mai l’attenzione al Sociale. Incontreremo il teatro che lavora con il diverso, attraverso il progetto su Pippo Delbono (20-22 aprile). Sarà offerta l’occasione per la prima volta al pubblico di assaporare tutti i video degli spettacoli e tutti i film di uno degli artisti italiani più riconosciuti oggi a livello internazionale. Ampio spazio sarà dato anche al tema dell’emigrazione, attraverso l’incontro con Loredana Putignani e le sue proiezioni all’interno del progetto “Madri Migranti”.
E per concludere, al centro del programma, soprattutto cinematografico, le Donne. La rassegna legata al cinema si è aperta proprio all’insegna della donna, con una serie di film iraniani, proposti dal Without Borders Film Festival, sulla posizione del genere femminile e sulla censura in Medio Oriente, e si concluderà nel mese di giugno con “Women and the Silent Screen VI”, convegno di studi sull’apporto della donna nel mondo del cinema muto, filone di studio, da sempre al centro degli interessi del Dams.
Tra gli altri numerosi appuntamenti, nel mese di febbraio, il progetto “Aspettando Pulcinella, breviario contemporaneo sull’uso della maschera” e, in collaborazione con l’Arena del Sole, “Logomachia, progetto Kinkaleri”, e lo spettacolo “Ma bisogna che il discorso si faccia!” dei Marcido Marcidorjs, tratto dal romanzo “L'innominabile” di Samuel Beckett. Gli appassionati di danza, nel mese di maggio, potranno godere di “Soli al mondo?” rassegna di sei giovani danzatori specializzati nell’assolo.
Questo e molto altro ancora è quello che quest’anno ci offre La Soffitta. Ecco, quindi, una fitta agenda di appuntamenti per ogni palato e per ogni gusto, occasioni di studio e di confronto per studenti e semplici appassionati, momenti imperdibili per chi la cultura non solo ama leggerla, ma la guarda, l’ascolta e la vive.
Maria Claudia Trovato